L’online non ha celebrato i funerali della carta stampata

L’online non ha celebrato i funerali della carta stampata. E non lo farà.

«Se la storia del libro ci insegna qualcosa, è che i nuovi media non rimpiazzano quelli precedenti». Basterebbe questa semplice dichiarazione dello storico Robert Darnton a spazzare via ogni dubbio di fronte alla profezia di Philip Meyer nella sua più famosa opera “The vanishing newspaper” : «Il primo trimestre del 2043 sarà il momento in cui l’ultimo, esausto lettore getterà via l’ultimo, raggrinzito quotidiano».

Eppure il dibattito resta aperto da anni, a smentire l’una o l’altra tesi e senza mai arrivare a una definitiva e convincente risposta.

Ha provato a mettere un punto  il confronto organizzato a Torino dalla Stampa in occasione dei 150 anni del quotidiano. Era presente il gotha dell’editoria mondiale, per parlare di industria dei media, di fiducia dei lettori, di declino della carta stampata, di fake news, di sostenibilità del mercato, di giornalismo del futuro: John Micklethwait (direttore di Bloomberg News), Lionel Barber (Financial Times), Bobby Ghosh (Hindustan Times), Lydia Polgreen (Huffington Post) e Ascanio Seleme (O Globo).

La carta stampata non è morta. La carta stampata non morirà.

Questa è stata la sintesi comune a tutti i grandi player del mondo dell’editoria internazionale. Con aggiustamenti, trasformazioni, ripensamenti, riposizionamenti certo. Perché, nonostante il dilagare di siti e blog, nonostante la presenza sempre più ingombrante dei social media pronti ad amplificare all’infinito le news online e ad annullare in toto il concetto di tempo, la pagina scritta mantiene e manterrà la sua importanza.

Su un altro piano, ma partendo dallo stesso assunto, la tesi si applica anche ai talk show televisivi, come ben spiega il giornalista Corrado Formigli nella sua ultima intervista al Corriere 7: “Il talk show non è morto…mettere opinioni a confronto non è mai sbagliato, anzi. Certo, dipende da come lo fai e con chi. […] Oggi abbiamo aumentato molto il numero degli ospiti e dei confronti a due, abbattendo la presenza dei politici, invitando più esperti, esponenti della società civile, giornalisti”.

Ed è tutta qui la risposta: non moriranno perché, rispetto all’informazione online e ai social, giornali e talk show sono chiamati a far altro. A informare nel più breve tempo possibile ci penserà il web; a diffondere le notizie amplificandone il pubblico i social network. Approfondire, analizzare, mettere a confronto esperienze e opinioni, raccontare retroscena, sviluppi, curiosità, disegnare scenari, scomporre e sviscerare situazioni e vicende, ricostruire cause ed effetti è diventato il compito di carta stampata, tv e radio. Di più: verificare. Un concetto non banale e non scontato in tempo di fake news. Non dovendo necessariamente rispondere alla richiesta di tempestività della Rete, non dovendo rincorrere lo scoop, non dovendo soccombere alle nuove regole di appeal e trasgressione per ottenere like e condivisioni, una redazione può permettersi (deve farlo) di pubblicare notizie supportate da “prove provate”.

La qualità resta l’obiettivo principale. La grande firma, le interviste di spessore, le analisi di esperti, le testimonianze di importanti personaggi nostrani e stranieri sono il plus che consentirà alla stampa tradizionale di rimanere in vita. Considerazioni puramente teoriche e controvertibili – diranno quanti invece pensano che la Rete tutto può, tutto copre, tutto spiega.

Eppure – parola di Data Stampa – così non è: online e social non bastano.

Una società di media monitoring come la nostra ha certamente un punto di osservazione privilegiato rispetto a fenomeni comunicazionali di questo tipo e si basa sui numeri per trarre conclusioni. Degli oltre 300 uffici stampa ai quali Data Stampa fornisce la rassegna, pochi, pochissimi sono quelli che hanno scelto di essere informati solamente sulle uscite web e  social. Più logicamente aziende, enti, istituzioni puntano a una rassegna incrociata tra stampa (che per tutti gli operatori del settore rappresenta ancora la gran parte del fatturato), radio-tv, web e social. Ancora nessun comunicatore riesce a fare a meno delle grandi analisi di editorialisti, direttori, esperti, politici, storici, a cui la carta stampata riserva molto più spazio (naturalmente). Perché poi – ma questa è un’altra storia – sono ancora quelle analisi a creare spunti in Rete e ad animare gli utenti social.

Da più di trent’anni facciamo questo mestiere lavorando con piccoli e grandi player di tutti i settori del mercato dell’informazione. Siamo certi: Internet non celebrerà mai i funerali di giornali e tv.