INTELLIGENZA ARTIFICIALE E GIORNALISMO: NOVITA’ E TRADIZIONI DI UNA PROFESSIONE

Nella società dell’automazione – l’attuale per antonomasia – la paura è sempre la stessa: che i robot ci rubino il lavoro e che l’intelligenza artificiale riesca a sostituire quella umana senza alcun rimpianto.

Dall’industria alla sanità, dalla produzione alla distribuzione, dalle tempistiche alle riduzioni di costi: in tutti i settori e i processi l’AI risulta di gran lunga una valida soluzione. Chi urla all’impoverimento della qualità, chi al progresso che avanza, chi ai diritti calpestati dei tradizionali lavoratori.

Che cosa accade, però, quando non solo l’intelligenza artificiale non “ruba” il lavoro agli uomini, ma addirittura restituisce l’identità a certe professioni?

E’ il caso del mondo del giornalismo. Sono molti gli strumenti che rendono più semplice la creazione di video o consentono di automatizzare la scrittura di interi articoli. Emblematica è l’esperienza raccontata in diverse interviste da Francesco Paulo Marconi, Capo della ricerca e dello sviluppo del Wall Street Journal: “Nel 2013 alcuni addetti al desk ci hanno chiesto di essere liberati dai compiti ripetitivi, da notizie per cui non ci vuole una grande creatività”. Grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per comporre alcuni generi di articoli, come quelli sugli andamenti economici di alcune aziende o sui risultati sportivi, è stato concesso ai giornalisti più tempo per “dedicarsi a storie multimediali e a inchieste”. “Oggi – spiega Marconi – cerchiamo profili multimediali che siano a proprio agio con la tecnologia e abbiamo assunto uno dei primi automation editor”. Ancora: “Wordsmith, un software di Automated Insights, permette di generare contenuti partendo dall’inserimento di dati. L’Associated Press lo usa dal 2013. Prima, quando era un giornalista a curare questo tipo di news, davamo conto delle trimestrali di circa 300 aziende. Con questo software la cifra è salita a 4mila. Proprio un automation editor, un giornalista, si è occupato di mettere in piedi il sistema per i primi sei mesi di lavoro. Ha lavorato sul linguaggio, ha scritto le frasi che avrebbero composto i vari articoli. Oggi il sistema è tutto automatico. Non significa che i giornalisti resteranno senza lavoro: l’obiettivo è invece fare risparmiare tempo a chi lavora in una redazione, liberandola da compiti che possono diventare automatici”.

L’intelligenza artificiale fa molto dunque, soprattutto in termini di machine learning, ossia affinando le competenze dei software sulla base delle conoscenze acquisite. “Ma – ed è lo stesso Marconi a evidenziarlo – ci vuole e ci vorrà sempre l’intuito del cronista per riconoscere la notizia. D’altro canto, anche il talento narrativo di un giornalista può trovare appoggio nella tecnologia”. Naturalmente i rischi ci sono: l’aumento delle fake news, il mancato rispetto della privacy, la fiducia incondizionata in algoritmi e dati automatizzati.

E tuttavia è qui che sta lo scarto: nessun giornalista che si definisce tale pubblicherebbe mai una notizia solo perché gli è stata riferita. Andrebbe alla ricerca di prove, di conferme, di riscontri, di documenti; allo stesso modo, davanti alle informazioni fornite da algoritmi, il reporter di oggi ha il dovere di verificare da dove provengano e come sono stati elaborati i dati di partenza.

Tutto cambia, insomma, per non cambiare mai.